Pensare il sud,

pensare il Mediterraneo

Franco Cassano

1.Il Mediterraneo contro tutti i fondamentalismi

In un tempo di conflitti pensare il Mediterraneo é più necessario che mai, perché costituisce uno straordinario esercizio spirituale contro tutti i fondamentalismi. Il Mediterraneo infatti non é un mare come gli altri in quanto porta dentro di sé il problema del rapporto tra identità diverse, della loro difficile quanto necessaria convivenza. Esso é da sempre un mare di frontiera, un mare su cui si affacciano tre continenti, tre religioni (quattro, se si pensa alla divisione tra cattolici e ortodossi), diversi stati nazionali e diverse identità etniche. Il Mediterraneo é da sempre un confine, che da un lato separa e individua le terre, dall'altro le collega.

Esso é quindi un luogo difficile e vero, dove il rapporto con l'altro torna ogni volta a trovarsi di fronte ad un’alternativa: o la contrapposizione oppure l'inizio di una fiducia e di una collaborazione. Ecco perché la tragedia è nata qui, ma ecco perché qui è nata anche l'idea di un accordo discorsivo tra gli uomini. Il Mediterraneo non è l'uno, ma sin dall'inizio i molti, o almeno i due, è da sempre insieme un'identità e un confine, una linea di divisione o una linea di incontro, una trincea militare o una grande patria comune. E' proprio questa singolare posizione di confine che fa del Mediterraneo un luogo epistemologicamente privilegiato. Mentre nei centri e nelle capitali ogni cultura custodisce se stessa e cerca conferme alla sua identità, sul confine, imbattendosi nell’esistenza dell’altro, è costretta a scoprire la propria finitezza. Come in un foglio di carta, mentre la zona centrale é quella dove si affollano tanti punti bianchi, tutti stupidamente identici tra loro, il margine é quella zona in cui i punti bianchi si affacciano sul "fuori", fanno esperienza dell'altro. Questa collocazione rende l'esperienza e il pensiero di chi sta sul confine più ricco e complesso, imparagonabile a quella sorta di geometria piana in cui si muove il pensiero insediato nel centro. Solo chi sta sui confini sa che le stesse città possono avere più nomi, che anche gli altri hanno dei martiri e degli eroi. Solo sui confini é possibile apprendere che ogni cosa può essere detta in più lingue, che non esiste solo il nostro modo di vedere il mondo, ma anche quello di altri, di uomini che hanno altri costumi, altri dei. Nel cuore caldo delle capitali ci si ripara dagli altri, sul confine li si incontra ogni giorno.

Pensare il Mediterraneo significa sapere che non esiste una lingua sacra, sia essa l'aramaico, il greco, il latino o l'inglese. Il giorno della fine i nostri giudici non parleranno nessuna di queste lingue. L'idea che Dio abbia parlato ad un solo popolo e in una sola lingua é in primo luogo blasfema, offende e diminuisce Dio. L'unica lingua universale, l'unica lingua sacra, quella che tutti gli uomini sono tenuti a conoscere, é quella della traduzione. La lingua universale non si può possedere, perché rinasce ogni volta dal lavoro incessante del traduttore, da quello che Benjamin chiama die Aufgabe der Ubersetzer. L'universale può vivere solo nel moto incessante, imperfetto ed inquieto, della traduzione, di uno sforzo che presuppone la pluralità dei soggetti e l'impossibilità di ridurli ad uno solo. Certo, tradurre comporta sempre il rischio di fraintendere, di tradire, di portare a casa un senso impoverito o addirittura errato. Ma senza questo rischio, l'"altro" rimarrebbe per sempre uno sconosciuto, sepolto nella incomunicabilità della sua lingua. Chi traduce di più conosce più uomini, più dimensioni dello spirito e dell'esperienza, ha una mente più aperta, sa fare tutto in più modi, sa che è possibile pregare, amare, mangiare, vivere e morire in più modi.

Attraversare il mare significa attraversare il confine, esporsi al rischio e alla ricchezza di questo rapporto con l'altro, essere consapevoli che non esiste una dottrina universale da esportare dappertutto, ma solo lo sforzo paziente di tradurre le tradizioni, lo sforzo dell'attraversamento, del trasferire dall'una all'altra sponda persone, merci e racconti. L'identità mediterranea é una grande identità quando ha confidenza con il trans, quando conserva memoria dei transiti e degli arrivi, degli incroci e delle contaminazioni che ne sono nati, quando rivendica con orgoglio, di fronte all’orrore delle pulizie etniche, la propria insuperabile impurità, il proprio carattere meticcio. Il suo sapere é per definizione un sapere composito, una saggezza che ospita più saggezze, che le ha cumulate e mescolate, senza forzature e senza curarsi dell'ortodossia, rispettando la molteplicità dei toni e dei colori.

Pensare il Mediterraneo é pertanto pensare plurale, contro ogni repulsione dell'altro, contro ogni all-ergia, fissare la casa del pensiero in quel "tra" che sono i ponti, le porte e le traduzioni, dove la pace non offende la giustizia e non è il risultato di una conquista. Stare sul confine significa riconoscere la nostra finitezza e lottare contro la tentazione di pretendere per noi l’infinito, accusare l’altro di essere la causa dei nostri limiti. Stare sul confine significa quindi lottare contro la tentazione dell’illimitato, dell’integralismo e del fondamentalismo.

Ma che cosa é in verità il fondamentalismo? Il fondamentalismo é quell'atteggiamento che spinge una cultura a vedere tutte le altre come una malattia e se stessa come la cura. Esso ritiene che esista una sola verità, la sua, e disprezza tutti coloro che ne hanno altre, è il baratro più profondo tra sé e gli altri. Esso guarda con impazienza ed irritazione la molteplicità e la pluralità delle forme di vita e si propone di superare questa diversità al più presto, di ridurre tutti i versi del mondo ad uno solo, il proprio. Spesso esso si arma di cause nobili e attraversa il mare per combattere gli infedeli. Il fondamentalismo perde gli uomini proprio nel momento in cui pensa di salvarli.

Se si accetta questa definizione si scopre che il fondamentalismo non é solo quello delle moschee e dei minareti, dei turbanti e dei martiri suicidi, quello che siamo abituati a riconoscere e condannare stando seduti su quella comoda abitudine che fa vedere solo i vizi degli altri. C'é infatti anche un altro fondamentalismo, quello ben più potente ed espansivo della modernità, il fondamentalismo di quei popoli che fuori del cerchio illuminato della modernità vedono solo barbarie, oscurantismi, oppressioni e repressioni, quel fondamentalismo che pensa che l'Occidente debba essere esportato ovunque perché é il rimedio di tutti i mali.

Fondamentalismo é anche quello dell'economia, dei popoli che idolatrano lo sviluppo, che pensano che tutta la vita possa essere espressa dagli indicatori economici e ritengono una sacra missione l'esportazione della loro forma di vita in tutto il mondo. Il fondamentalismo dell'economia e della finanza non conosce la passione delle preghiere, é freddo e veste di grigio, ma ha anch'esso i suoi santuari, la city e le borse, e i suoi chierici recitano ogni giorno, come un rosario, le quotazioni dei titoli. Certo, anch’esso conosce le emozioni, ma sono quelle del comprare e del vendere, l’orgasmo dei consumi, le convulsioni epilettiche del panico e dell’euforia, dell’arricchirsi e del rovinare. Esso é il fondamentalismo di un mondo uscito fuor di misura, in cui lo sviluppo della tecnica non incontra più nessun tipo di resistenza, perché l'unico sacro é l'espansione illimitata del dominio umano sul mondo. Tutti i vincoli e le remore vengono considerati reazionari, residui del passato, repliche pericolose e fuori tempo dell'antico interdetto della Chiesa a Galileo. Questo mondo, che ha nella competizione la sua suprema regola di vita e in cui ognuno é il concorrente di tutti gli altri, vive di velocità e nella velocità. Esso ritiene la lentezza non un'altra dimensione del mondo, una forma d'esperienza sottile e profonda, ma solo una forma di vita povera e sfortunata, la preistoria della velocità. Per i popoli della velocità e dell'accrescimento continuo, tutte le forme di vita diverse dalla loro sono incubi da cui fuggire, inferni dominati da scarsità e satrapi crudeli oppure, nella migliore delle ipotesi, film senza sonoro e senza colori, i poveri mondi del non-ancora, dove si affollano infedeli in via di conversione alla religione dello sviluppo.

Il Mediterraneo é, come suggerisce già il suo nome, un mare tra le terre, un mare che le divide e le collega nello stesso tempo. Questa compresenza di terra e di mare suggerisce un’idea di un equilibrio, un'avversione per due squilibri e due fondamentalismi di segno opposto. Da un lato c’é il fondamentalismo della terra senza mare, dell'appartenenza al gruppo, alla religione o alla nazione. Questo fondamentalismo del legame sociale ha paura della libertà individuale, di quel gesto di individuazione che é in ogni partenza, di quello strappo che é all'origine di ogni individuo, di ogni emancipazione. Esso rinchiude l’individuo come se fosse un mattone all’interno di identità-muro, che egli non potrà mai abbandonare senza essere accusato di tradimento, senza essere inseguito e colpito da una Fatwa.

Dall'altra parte c'é il fondamentalismo opposto, quello di un mare che ormai non conosce confini, che é diventato oceano, e che, non incontrando più il limite della terra, non é più equilibrio, ma é diventato esso stesso dismisura. L'oceano é questo mare senza terra, questa partenza senza ritorno, questo tradimento dell'equilibrio di Ulisse, eroe della partenza e del ritorno. L’oceano é la follia del capitano Achab, un uomo che rovina se stesso e gli altri perché non ha saggezza, non desidera il ritorno. Un mare senza terra é quel movimento della modernità che la conduce fuor di misura, verso uno sradicamento dell'uomo. Come il Faust di Goethe e l'apprendista stregone, l'uomo é ormai privo di controllo sul mondo che lo circonda, squassato dalle grandi ondate di un'economia senza freni, di una globalizzazione diventata una seconda natura. L'uomo scruta nell'andamento delle borse il proprio destino, proprio come gli uomini dell'antichità lo scrutavano nel cielo. Ha fabbricato tutto il mondo solo per trovare alla fine la stessa impotenza. Il mondo oceanico é dominato dalla selvatichezza degli scopi individuali, dal movimento anomico di un nichilismo che non accetta più alcun limite al suo procedere. Intorno non c'é più (e non ci deve essere) nulla di solido, qualcosa su cui poter contare: non ci sono più legami e vincoli che non siano sottoposti al sempre più fragile consenso contrattuale dell'individuo. Ogni fedeltà appare dogmatismo, pigrizia, chiusura alla mobilità degli eventi, coazione di un "io" del passato su quello del presente, potere totalitario di un breve segmento della vita su tutto il resto. Il riposo e la sosta vengono chiamate rendite, sono dei vizi meridionali.

Il Mediterraneo, in quanto equilibrio tra terra e mare, é anche equilibrio tra l'identità da cui veniamo e la nostra libertà, il desiderio di partire. Come la dismisura della terra sacrifica l'individuo al gruppo, e spinge, come dice Brodskij, ad impalare gli uomini al loro primo gesto di ribellione, così la dismisura dell'oceano sacrifica la società ad un individuo che ormai vede nell'etica solo un insopportabile retaggio del passato, una pratica dominata da un incomprensibile masochismo. Il Mediterraneo sta sul confine tra queste due dimensioni, l'appartenenza e la partenza, e suggerisce l’idea di un sia pur fragile e precario equilibrio: da un lato la partenza desidera ancora il ritorno, non ha orrore dell'approdo, del riposo e della quiete; dall'altro la fedeltà alla terra e ai luoghi non interdice la partenza, ma anzi la desidera perché la ritiene un arricchimento, proprio come le città di mare sono vive solo quando i loro porti si riempiono di navi e di voci.

 La nuova centralità del Mediterraneo

Alla proposta di vedere il Mediterraneo come un'orizzonte teorico attuale si possono opporre (e sono state opposte) due obiezioni. Secondo la prima il Mediterraneo è un mare del passato, che ha avuto un grande ruolo nella storia, ma é divenuto, con l'avvento della modernità, un piccolo lago periferico e marginale. I grandi spazi oceanici rendono sorpassato quel piccolo mare stretto tra le terre. Oggi si può riparare a quell’errore prospettico e vedere il Mediterraneo per quello che è, un piccolo mare che poteva apparire grande solo quando il basso livello di sviluppo della tecnica dilatava gli spazi e le distanze. Esso appartiene al passato e reclamarne la centralità è una patetica nostalgia, simile a quella di una vecchia star sul viale del tramonto, che gira solo in teatri di quart'ordine.

La seconda obiezione sottolinea invece il contrasto tra la lettura del Mediterraneo come grande sintesi multiculturale e la presenza sulle sue rive, di una molteplicità di conflitti. Lungi dal dimostrarsi capace di elaborare mediazioni, il Mediterraneo, si fa osservare, é il mare delle lacerazioni, il teatro di alcuni dei drammi più acuti e feroci del nostro tempo. Entrambe le critiche possono essere così sintetizzate: esaltare il ruolo di un mare marginale e pieno di conflitti é una nobile ed anacronistica utopia.

La nostra risposta é molto semplice: quelle critiche sono completamente fuori strada perché hanno un bersaglio sbagliato. Non si può certo negare che il Mediterraneo sia attraversato da conflitti drammatici e molto lontani dalla soluzione. La loro esistenza però non falsifica assolutamente il nostro discorso, ma al contrario ne costituisce la conferma. Quei conflitti infatti non sono solo il frutto di una litigiosità locale, piccole beghe di quartiere. Se così fosse non si capirebbe perché paesi molto lontani, come gli Stati Uniti, sono tanto preoccupati da aver dislocato lì la propria flotta in un ruolo che non é certo quello di spettatore passivo. La criticità del Mediterraneo deriva dalla circostanza che esso é il punto del pianeta su cui si incontrano e si scontrano civiltà diverse. Quei conflitti costituiscono la prova più certa della centralità del Mediterraneo che, lungi dall'essere diventato un lago marginale, costituisce ancor oggi una frontiera cruciale. In altri termini i conflitti di cui parla la seconda obiezione diventano la migliore risposta alla prima.

Ma anche la seconda obiezione merita una risposta. La proposta di pensare il Mediterraneo come critica di tutti i fondamentalismi non é ispirata ad un facile irenismo, un sogno turistico che schiva le durezze della storia. Essa fa esattamente il contrario, in quanto chiede di leggere quei conflitti come il sintomo di un problema planetario, di una patologia generale che occorre prima comprendere e poi provare a combattere. Noi vorremmo cercare di affrontare questo problema spingendo le nostre metafore fino all’estremo. Abbiamo già iniziato a farlo, ma adesso si tratta di andare più avanti, di esplorare fino in fondo la produttività del gioco che abbiamo proposto.

Sapere cardinale

Potremmo provare ad immaginare che la salute e il benessere degli uomini dipendano da una sorta d’equilibrio cosmico, dal reciproco rispetto tra i quattro punti cardinali, tra le capacità e le attitudini che ciascuno di essi sembra sollecitare e richiedere.

Il Nord, per esempio, rappresenta tutte quelle qualità che si affermano quando il mondo esterno è difficile e richiede disciplina, lavoro, costanza, sobrietà, controllo sull’ambiente e su se stessi. Il nord è la serietà, la ragione, la vittoria della costanza sul capriccio, il primato del super-io, l’ammaestramento, il rigore, la prevedibilità e la sicurezza che nascono dalla razionalizzazione della vita, l’attenzione analitica, tutte le abilità che nascono dal desiderio di controllo.

L’ovest rappresenta invece la libertà, la partenza, il superamento continuo del limite, il viaggio e l’avventura, lo sfondamento dell’orizzonte, la ricerca e la conquista di nuovi territori. Esso è la direzione che insegue il sole, che sposta ogni volta la linea mobile della frontiera, l’al di là di tutte le colonne d’Ercole, la bellezza del ripartire ogni volta, del mettersi alle spalle vecchie paure e vecchi tabù.

L’est è esattamente l’opposto, il luogo da cui proveniamo, l’origine che ci contiene, la terra-madre di cui siamo figli. Esso è la consapevolezza che noi non siamo l’origine di noi stessi, che proveniamo da qualcosa che non abbiamo costruito e che è nelle mani di altri e forse di nessuno, è il bisogno di cure e di protezione che ci accompagna, la fedeltà alla radice, il sentimento di quel tutto a cui apparteniamo.

Il sud è infine la perfezione della presenza, del qui e adesso, la bellezza della sosta e del rallentare, la passione che ci fa danzare, ma anche il piacere di lasciarsi andare, di perdere tempo. Esso è una perfezione senza prestazione, senza omaggi al futuro, al passato o al controllo costruttivo della ragione. E’ uno stare seduti al sole con gli occhi chiusi o fissi nel vuoto, una vita senza colonizzatori, una metafisica totalmente fisica.

Ognuno di questi punti cardinali trasmette ai propri uomini le sue qualità. Ci sono uomini-nord, uomini che sono duro lavoro, resi adulti dal freddo e dal vento contrario, quelli cui nulla è stato regalato, quelli che si preparano agli inverni, le formiche del mondo. Ci sono uomini-ovest, quelli che sono solo partenze, gli uomini-oltre, quelli che sfondano l’orizzonte e non si fermano mai, quelli per cui una porta è sempre un’uscita e mai un’entrata. Ci sono gli uomini-est, le piante del mondo, quelli che amano le radici, che si sentono nel posto giusto, che non desiderano partire, che vogliono l’accordo con il mondo. Ci sono infine gli uomini-sud, quelli che vivono qui e adesso, le cicale del mondo, quelli che non si fanno annegare dal prima, dal poi o dall’oltre, che non attendono e non rimpiangono, che perdono tempo e guadagnano tempo.

Ognuno di questi tipi di uomini, educato nella religione esclusiva del suo punto cardinale, vede gli altri tipi umani come un’aberrazione e li giudica con disprezzo. Ognuno di essi coltiva la pianta del suo integralismo. E allora l’ovest guarda l’est come tirannia, comunità che soffoca e reprime, l’est guarda l’ovest come perdita del centro e nichilismo, il nord guarda il sud come incontinenza, accidia e capriccio, il sud guarda il nord come freddezza e amore perverso per le prigioni interiori. Come si può sostenere che uno di questi punti di vista è superiore agli altri, un metro di misura universale da imporre tutti? Come si può pensare che solo ad uno dei punti cardinali e di questi tipi d’uomo spetti di governare il pianeta?

Eppure è proprio questo che sta accadendo, è proprio questa la storia più recente del mondo. Il nord si è alleato con l’ovest, la disciplina si è saldata alla libertà e hanno dato origine all’economia politica, alla crescita illimitata, alla colonizzazione infinita del pianeta. Questa grande alleanza si impadronisce del potere e dichiara fuori-legge gli altri punti cardinali. L’est e il sud diventano dei criminali incalliti, sono ricercati da tutte le polizie. Tutto ciò che di noi non produce e non corre, tutto ciò che non vive nella religione dell’innovazione perpetua, diventa una colpa, nella migliore delle ipotesi un "ritardo", che sarà possibile colmare riconoscendo il magistero universale del nord-ovest, convertendosi alla sua religione. E’ quello che noi abbiamo chiamato il fondamentalismo del nord-ovest, quella dismisura che nasce dallo squilibrio tra i punti cardinali.

Ma questo dominio non riesce mai a realizzarsi del tutto: ogni punto cardinale (e ognuna delle loro mille sfumature intermedie) parla con una parte di noi, si rivela prezioso per la nostra salute. Ecco perché il sud e l’est vengono spacciati agli angoli delle strade, ecco perché sulle coste del pacifico arriva l’onda orientale dei nuovi culti, ecco perché in tutti gli uffici del settentrione spirituale si sogna di fuggire verso il sud prostituito e venduto dalle agenzie turistiche. Il rimosso ritorna con una forza direttamente proporzionale alla rimozione, e anche per questa ragione esso è spesso sfigurato e senza nome. Il voler ridurre il mondo ad un unico verso non è la cura, ma la malattia.

Il fondamentalismo del nord-ovest produce un fondamentalismo opposto e simmetrico: la convinzione che l’occidentalizzazione del mondo costituisca la soluzione di tutti i problemi provoca delle reazioni sfigurate e aggressive. Laddove si propone che il fondamentalismo del mare sia l’unico orizzonte ritorneranno, in una versione rabbiosa e deformata, i vecchi fondamentalismi della terra e del legame. Il timore di perdere la propria identità spinge verso la sua riedizione integralista. Chi si sente vittima di un’aggressione ha bisogno in primo luogo di vendicarsi. E’ di qui che nascono le comunità dei credenti in lotta contro il male e l’orgoglio cieco e spesso omicida delle piccole patrie. Chi vuole una pace stabile sa che essa non può essere costruita su delle umiliazioni.

Con la sua posizione cruciale Il Mediterraneo suggerisce la necessità di una "misura" (espressione molto cara ad Albert Camus), un’idea di centro mobile e plurale, che sa che la demonizzazione dell’est e del sud è una pratica stolta. L’uomo infatti ha bisogno anche dell’est, perché oggi il sentimento di un’appartenenza comune alla Terra è più prezioso che mai, può aiutarci nella costruzione di una nuova saggezza, di quella sapienza ecologica di cui parlava Gregory Bateson. Il Mediterraneo conosce anche la bellezza e la necessità del sud, dei demoni di quell’ora meridiana in cui il sole è allo zenit e l’ombra scompare, conosce l’accordo silenzioso con il mondo, il piacere della prossimità dei corpi, i momenti che ci rivelano che la vita non è un peccato da espiare, ma un dono da godere.

Ma a questo punto il Mediterraneo non è più quel piccolo mare tra i continenti che si scorge a fatica nelle carte geografiche. Lo si ritrova ovunque si riaffacci l’idea di una misura, la consapevolezza che senza un riequilibrio dei rapporti tra i punti cardinali tutte le patologie sono destinate ad incrementarsi. L’Occidente, quest’incrocio tra il nord e l’ovest, è solo una parte del mondo e deve ritornare ad esserlo. Tutto ciò non significa in nessun modo autorizzare uno stupido fondamentalismo di segno opposto, incoraggiare un’impossibile nostalgia. Occorre che tutti i punti cardinali imparino a rispettarsi evitando di scambiare la diversità dell’altro per una malattia. Il nord e l’ovest contengono dentro di sé grandi qualità, che tutti gli uomini dovrebbero riconoscere. Non è in esse il male, ma nella loro assolutizzazione, nella riduzione di chi non le possiede a forma inferiore e imperfetta di umanità.

La stessa tecnologia, accorciando le distanze, rimpicciolisce gli oceani e li rende un po’ più simili al Mediterraneo. A mano a mano che le terre si avvicineranno tra loro, scopriranno quell’insegnamento del Mediterraneo che avevano relegato nel passato. A suo modo anche la Terra, la sfera su cui viviamo, ci suggerisce un’idea d’equilibrio e di misura: chi va sempre ad ovest ritrova l’est, e chi sale sempre verso nord, dopo il polo ricomincia a scendere verso sud. E’ la speranza che guida il nostro discorso: che dalla dismisura si possa ritornare, che anche nella storia possa avere un peso quella qualità circolare della sfera che fa ritornare, che rende ridicole le assolutizzazioni.

Alla fine si potrebbe affermare che il Mediterraneo insegna che a coloro che chiedono orientamento e domandano: "dov’è il centro?" non si può rispondere sempre nello stesso modo. Chi é a nord, deve indicare il sud; chi è a sud, deve indicare il nord; chi é ad ovest, deve indicare l’est; chi è ad est, deve indicare l’ovest. Oggi solo due di queste indicazioni vengono seguite. Ed è qui la dismisura.

 

Franco Cassano.

Università di bari.


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